PENA DI SORTE – IL LABIRINTO (ultima parte)

Il sensuale corpo di Ila e quello tozzo di Akash erano appesi a testa in giù come due salami mangiucchiati un po’ da tutte le parti da affamate e voraci bocche. I loro volti erano tumefatti ed insanguinati, i corpi rigidi accoglievano inermi calci, pugni, urina, merda, sputi, sprangate, torture ai genitali, infamanti parole piene di odio viscerale ecc…Dopo un po’ divennero irriconoscibili. Agli occhi impietriti di Alekos quei penzolanti corpi erano due sacchi da kick boxing. Intorno a lui c’era il delirio. Un bel gruppo di prigionieri del penitenziario stava compiendo una strage in completa tranquillità. Le guardie e tutto il personale soccombevano nella più totale disperazione. Nessuna autorità governativa incredibilmente stava intervenendo per fermare quella follia disumana. Le urla di gioia per aver finalmente dato libero sfogo alle represse violente intenzioni e quelle di dolore misto a terrore in vista della straziante fine si mescolavano creando un’ impensabile armonia. Alekos si tramutò in una statua vivente travolta da un indicibile stupore per determinate forme di crudeltà alle quali stava assistendo passivamente. La sua immobilità sparì per un po’ per lasciar spazio a dei conati di vomito seguiti da copiose lacrime. Gli sembrava tutto un incubo. Iniziò a porsi complesse domande sull’agire umano immerso nel caos sia esterno che interno (oltre alla mattanza che stava mettendo in subbuglio l’intero contesto carcerario, anche il suo equilibrio interiore venne scosso non poco da scioccanti scene e pensieri). Eppure in passato aveva vissuto qualcosa del genere.

Il perché di tutta quella violenza aveva a che fare con l’ultima decisione presa dal presidente del Rombidianan: un provvedimento legislativo che faceva uscire dal carcere solo alcuni prigionieri. Purtroppo non tutti furono d’accordo, siccome l’intervento si attuava solo per specifiche situazioni, tagliando fuori tutte le altre attraverso una discutibile logica che andò di traverso sia ad una parte dei politici appartenenti alla maggioranza e all’opposizione che ovviamente ai diretti interessati. Da qui ebbero inizio una serie di proteste che culminarono poi nel tragico finale. Come avvenne di preciso la presa del penitenziario ufficialmente nessuno lo sapeva ma, come in tutte le cose che stanziano nelle “ufficiali” zone d’ombra, qualche idea con annessi nomi iniziava a circolare senza troppi problemi.

Quando giunse la fine “quasi” per tutti (il quasi rappresentava gli ultimi lamenti agonizzanti che ancora aleggiavano nel penitenziario), i prigionieri autori degli efferati delitti se la diedero a gambe con la forte convinzione di lasciare il Rombidianan senza nessun impedimento (nessuno di loro sopravvisse alla scarica di proiettili che li attendeva). Alekos li guardò uscire senza dire una parola. Si avvicinò ai corpi di Akash ed Ila. Giunse puntuale il treno dei ricordi riguardante il percorso di rieducazione che aveva iniziato con loro. Anche se il percorso era durato poco aveva comunque apprezzato la loro diligenza nell’attività lavorativa, pur non essendo d’accordo su certi approcci operativi e preconcetti che i due operatori sociali avevano avuto con lui. Successivamente contemplò dello sperma sul volto di Ila. Di sfuggita vide nel corridoio che conduceva verso un’uscita secondaria l’ultima persona del gruppo degli assassini che si dileguava verso le ali della libertà con i suoi vestiti imbrattati di sangue. Gli altri prigionieri invece sembravano disorientati, non sapevano che fare, poi molti di loro decisero di restare aspettando l’arrivo dei ritardatari rinforzi governativi. Per un attimo ebbe il desiderio di unirsi ai fuggiaschi. Magari andavano verso gli Stati Uniti, magari poteva dirigersi anche lui verso l’ambita meta per raggiungere il suo connazionale Sergio Paredes o quello che restava di Sergio Paredes. Il giovane, preso da deliri di onnipotenza causati da un cervello in balia dei suoi ormai conosciutissimi vizi, (questi ultimi erano diventati abitudinari punti di riferimento per l’ironia sul Web), aveva deciso di candidarsi per la Casa Bianca con uno sgangherato e ridicolo programma politico. Ma alla fine non se la sentì, non si sentiva un fuggiasco, aveva un inspiegabile desiderio di voler continuare quel percorso di rieducazione che aveva iniziato. La cosa era stupefacente perché credeva poco nella costruttività di quel programma , eppure una forza misteriosa gli diceva di continuare. Chissà, forse questa forza venne generata proprio dalla buona sorte che lo aveva assistito nella stanza del quiz. Si recò verso il corridoio dove c’era l’uscita secondaria. Il sole che veniva dall’esterno sembrava accecante. Oltrepassò la soglia siccome voleva solo prendere una boccata d’aria. Venne avvolto completamente dalla maestosa luce che in una manciata di secondi sparì. Alekos si trovò nel nulla. Intorno a lui non c’era niente, assenza totale di materia. Si voltò verso la porta e con occhi sorpresi ed allo stesso tempo impauriti dovette constatare che il carcere era sparito. Fluttuava in questo nulla non sapendo che fare. Improvvisamente si guardò le mani e notò che il suo corpo stava per scomparire. Si svegliò in preda all’agitazione. Nell’attesa si era addormentato nella sua cella. La puzza di morte incorniciata dai cadaveri lo avvolse dandogli la nausea. Poi udì un vociare che lentamente si faceva sempre più forte. Stavano per arrivare i soccorsi.

Luigi Catillo

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