PENA DI SORTE – IL LABIRINTO (prima parte)

Dopo un lungo periodo di proteste con annessi cortei, esacerbanti polemiche, pressioni sia da parte di numerosi stati del mondo che da organizzazioni dei diritti umani molto influenti, in Rombidianan venne abolita la pena di morte. La notizia quando divenne ufficiale generò feste in piazza, urla di giubilo, pianti di gioia ecc…Insomma ci si trovava di fronte ad una svolta epocale per quanto riguardava uno dei sistemi giudiziari più aspramente criticati. L’iniezione letale, l’impiccagione e il plotone d’esecuzione sarebbero andati in pensione per lasciar spazio ad una politica di gestione strutturata su nuovi parametri. Già, su “nuovi parametri”. A pensarci mi viene ancora da ridere amaramente per l’ingenuità che impregnava l’aria allegra e festosa di quel settembre rovente non solo a livello climatico ma anche in relazione agli equilbri interni dello Stato. A proposito di questo, il partito di maggioranza stava vedendo il suo interno minacciato da importanti fratture derivanti da diversi fattori, uno su tutti era la gestione economica ancorata a delle vecchie basi ideologiche che gradualmente stavano portando importanti aziende nazionali verso una crisi senza ritorno. Inoltre la magistratura stava conducendo importanti indagini su alcuni sottosegretari in relazione a svariate società offshore e questo senza dubbio non aiutava il partito a ritrovare un assetto stabile. La debole opposizione rappresentata da tre partiti poco influenti, non avendo una reale proposta alternativa cavalcò l’onda del malcontento per attirarsi le simpatie e l’interesse di centri di potere che in quel momento sembravano guardarsi intorno per cercare un nuovo interlocutore sul quale contare, visto che la situazione sembrava essere quasi giunta ad un cambiamento di vertice. Poi, quando tutto lasciava presagire un nuovo scenario, arrivò il colpo da maestro che risolse la situazione confusionaria. Nel giro di poche settimane il Rombidianan ritornò nella sua quiete e i clamori andarono nel dimenticatoio. Il partito riprese in mano le redini e grazie all’abilità di alcune autorevoli personalità sia nazionali che estere la pacificazione giunse con accettabili compromessi e negoziazioni. Uno dei primi segnali che il nuovo Rombidianan post crisi lanciò ai suoi abitanti fu l’apparente eliminazione della pena di morte con un nuovo apparato giudiziario che si sarebbe integrato alla perfezione all’organismo statale. La pena di morte venne sostituita con “La Pena di Sorte”. Quando La Pena di Sorte venne illustrata si capì inequivocabilmente che era un’ ironica presa per i fondelli nei riguardi degli attivisti anti pena capitale. Questi ultimi vedendosi sbeffeggiati e presi in giro ritornarono ad organizzare sit in e altre forme di protesta, ma questa volta a differenza di prima non c’erano più le condizioni necessarie per tentare di colpire il cuore del loro nemico. Dunque per il momento dovettero rinunciare e ritirarsi insieme alla cocente beffa.

Ma in che cosa consisteva precisamente questa beffa la quale con birbanteria sostituiva la lettera M con la S?

La persona condannata per omicidio veniva portata in una stanza dove alcuni funzionari del governo, con l’ausilio di scienziati, attraverso un sofisticatissimo macchinario esaminavano il suo cervello, precisamente veniva analizzata la zona dove risiedevano i ricordi della persona, ma non i ricordi nitidi e chiari, bensì quelli che si trovavano in prossimità della cancellazione. Dopo di che in base ai dati ricavati i suddetti funzionari componevano cinque difficili domande su aspetti superflui di quei ricordi poco chiari. In seguito arrivava il turno del “concorrente” . Se la persona rispondeva correttamente a tutte e cinque le domande il suo destino veniva affidato a degli operatori sociali i quali si sarebbero occupati di far scontare la pena in carcere con un piano di rieducazione volto eventualmente al reintegro nella società. Ovviamente ogni piano doveva essere mirato al singolo individuo, quindi dovevano essere presi in considerazione molti aspetti prima di attuarlo in tutte le sue diramazioni. I parametri erano molteplici, ad esempio si partiva con l’ analisi di svariati aspetti della vita della persona prima del condannabile gesto, quindi infanzia, contesto familiare, personalità, interazioni sociali ecc….Successivamente si sarebbe giunti al fulcro, cioè allo studio di tutto il materiale informativo che ruotava intorno al reato commesso. Infine c’era la tappa conclusiva: la possibilità di creare delle basi solide al futuro della persona in piena armonia con la legge e il vivere civile. Per ricavare questa mole di dati personali la sofisticatissima macchina aiutava molto i procedimenti, inoltre non mancavano i fiori all’occhiello del ramo delle scienze sociali. E se la persona non superava il perverso quiz? Beh, in quel caso la triade composta dall’iniezione letale, l’impiccagione e la fucilazione ritornava. In base alle dinamiche e al tipo di reato e talvolta alle conoscenze, si confluiva in una delle tre soluzioni finali. Quindi in realtà più che un’abolizione era una rivisitazione della pena di morte, eppure quando venne data l’ufficialità della notizia si intendeva proprio l’abolizione. Molto probabilmente successe quello che ogni tanto accadeva in Rombidianan, ovvero la tipica sceneggiata studiata che occupava lo spazio tra l’ufficializzazione e l’effettiva applicazione. Per molti questa dinamica veniva vista come l’ennesimo “scherzo” di un governo giocherellone che usava il proprio potere anche nella versione di una sfacciata incoerenza comunicativa, quest’ultima in passato era più latente ora invece si manifestava platealmente in tutto il suo splendore.

Ricordo che dopo due anni nessuno a parte uno era riuscito a superare quelle tremende domande.

Questa persona si chiamava Sergio Paredes. Condannato alla Pena di Sorte per l’omicidio della compagna, il venticinquenne riuscì a superare incredibilmente quelle mortali cinque domande. Poi, dopo qualche mese, grazie alla compiacenza e alla facile corruttibilità di qualcuno nel penitenziario riuscì ad evadere per fuggire negli Stati Uniti. Lì venne accolto come un rifugiato politico ed in seguito anche come un eroe simboleggiante la libertà e l’umanità carenti del Rombidianan. Divenne un caso internazionale ed inoltre la sua storia venne raccontata anche in un documentario molto apprezzato in importanti festival. In breve tempo venne inglobato nello star system americano dove migrava da un salotto televisivo all’altro pontificando e dicendo la sua su tutto e tutti, spesso in uno stato alterato causato dalle sue dipendenze dall’alcol e sostanze stupefacenti. Un buffone, un esagitato pagliaccio, questo era diventato il fu Sergio Paredes. Nel Rombidianan invece, nonostante il governo e gli organi d’informazione lo considerassero una spregevole persona, tra gli abitanti si guadagnò una crescente simpatia ed ammirazione. Ogni condannato alla Pena di Sorte sperava di essere benedetto dalla fortuna come lui. Non faceva eccezione il mio amico e vicino di casa Alekos.

« Ci vediamo presto!» Così mi disse Alekos con un mezzo sorriso forzato. Poi i suoi occhi si posarono sui nostri vicini, un uomo e una donna che si baciavano forse per l’ultima volta nella sala colloqui del penitenziario.

Luigi Catillo

2 risposte a "PENA DI SORTE – IL LABIRINTO (prima parte)"

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